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L'Italia del 1948

Il contesto storico

La seconda guerra mondiale aveva lasciato l'Italia in macerie: 440.000 morti, industria distrutta, un debito colossale. La Repubblica era nata appena due anni prima con il referendum del 2 giugno 1946. Il Piano Marshall americano era condizionato alla scelta di campo: occidente o est?

La Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi cavalcava la paura del comunismo, sostenuta dalla Chiesa e dagli Stati Uniti. Il Fronte Democratico Popolare — alleanza PCI-PSI guidata da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni — puntava su un voto di classe e di speranza.

La campagna elettorale

Pio XII lanciò dalla radio un appello esplicito: «Chi vota per i nemici di Cristo non entra in chiesa». Gli americani finanziarono la DC e inondarono i media italiani di materiale anticomunista. Il Fronte rispose con comizi oceanici e la promessa di nazionalizzazioni e riforma agraria.

Fu la prima campagna elettorale mediatica della storia italiana: manifesti, volantini, cinegiornali. La posta in gioco era altissima — e lo sapeva tutta l'Europa.

I risultati

La DC ottenne il 48,5% dei voti — la percentuale più alta mai raggiunta da un singolo partito italiano. Il Fronte si fermò al 31%. Un risultato che definì l'asse politico della Prima Repubblica per i successivi quarant'anni.

La mappa mostrava un'Italia spaccata: il "triangolo rosso" Emilia-Toscana-Umbria votò compattamente a sinistra, mentre il Nord industriale, il Sud contadino e le "bianche" Veneto e Trentino premiarono la DC.

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L'eredità

Il 18 aprile 1948 fissò il codice genetico della politica italiana: una democrazia bloccata, dove l'alternanza di governo era impossibile perché il principale partito d'opposizione era considerato inaccettabile dagli alleati occidentali.

La DC governò ininterrottamente fino al 1994, prima da sola, poi in coalizioni sempre più allargate. Una democrazia consociativa che avrebbe lasciato tracce profonde nelle istituzioni, nell'economia e nella cultura politica italiana.